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Equivoci sul Progettista
S. Pratiago  

 

Alcune persone che pur sono state ragionevolmente convinte dalle argomentazioni scientifiche del movimento del "progetto intelligente" ammettono infine che necessariamente un progettista debba aver creato l'universo, però rifiutano stranamente di pensare che esso possa essere stato Dio. Sebbene la questione dell'identità del progettista esuli di per se dalla teoria scientifica del "progetto intelligente" e appartenga in questo caso propriamente al dominio della metafisica e della teologia, può essere utile analizzare qui i motivi per cui la posizione di queste persone è fondamentalmente incoerente.

Per evidenziare questa incoerenza, è necessario spiegare almeno brevemente i termini del problema secondo la prospettiva della metafisica. (Con "metafisica" non intendo riferirmi alla moltitudine delle pseudo-metafisiche moderne bensì all'antica e unica metafisica tradizionale.) Ciò che la teologia usualmente chiama "Dio", è chiamato "Essere" in metafisica; ciò che chiamiamo "universo" o "cosmo" è l'"esistenza universale" o "manifestazione" dell'Essere. L'esistenza universale è tutto ciò che esiste. Incidentalmente, notiamo en passant che i "multi-universi" ipotizzati dalla scienza moderna come puri giochi matematici non trascendono affatto il concetto di esistenza universale - cioè il cosmo o mondo totale come inteso dalla dottrina tradizionale - perché in ogni caso essi non potrebbero essere che sotto-parti o suddivisioni del cosmo. Semplice logica ci dice che non può esistere niente oltre l'insieme di tutto ciò che esiste.

Proprio per garantire la coerenza dei concetti precedenti, in metafisica è importante distinguere concettualmente tra i verbi "essere" ed "esistere", sebbene nel linguaggio quotidiano questa differenza non conti molto. Il verbo "esistere" (dal latino "ex-sistere") etimologicamente significa "stare fuori". Una cosa "esiste" quando il suo principio o "ragione sufficiente" o causa sta fuori di se stessa. Questa è precisamente la situazione di tutte le cose nell'universo. Diversamente, il verbo ontologico "essere" ha un più elevato e forte significato del verbo "esistere", e per questo motivo dovrebbe essere applicato solo al principio o causa di tutto ciò che esiste, cioè per l'appunto l'Essere supremo o Causa prima.

Il verbo ausiliare "essere" è, logicamente e linguisticamente, il verbo più importante, proprio come conseguenza della sua supremazia ontologica. Ogni altro verbo, o parola o termine logico qualsivoglia, presuppone necessariamente il verbo "essere", ed è come una sua conseguenza ed effetto. Da questo punto di vista, il motto di Cartesio "cogito ergo sum" dovrebbe essere invertito in "sum ergo cogito." Infatti, ogni azione (e il pensare è anche un'azione) presuppone un agente, cioè qualcuno che - prima di agire - deve, come prima cosa, essere. Similmente, l'insieme di tutti gli esseri, azioni, eventi e cose (la manifestazione) presuppone l'Essere.

In metafisica, meno definizione e specificazione implica più potenza e universalità. Definire qualcosa è sempre limitarla in qualche modo: se io dico che una cosa "è rossa" sto imponendo dei limiti ai suoi possibili colori; ma se io dico che una cosa semplicemente "è", allora essa può essere di qualsiasi colore o anche di nessuno, e può possedere addirittura qualsivoglia proprietà. Per questa ragione i principi più universali sono quelli meno specificati. L'Essere supremo non ha che una specificazione: la proprietà di essere. E' importante comprendere che il principio della manifestazione/esistenza (l'Essere) non può essere specificato con una proprietà diversa oltre a quella di essere. Per esempio, dire che "l'Essere è x" o "l'Essere è y" significherebbe che l'Essere manifesta solo x e y e non potrebbe manifestarsi in altri modi. Per essere veramente il principio di tutta la manifestazione, l'Essere deve essere definito solo dall'assioma "l'Essere è". Come un detto tradizionale afferma "Dio è ciò per cui tutte le cose sono manifestate, ma che non è manifestato da niente". Siccome il verbo "essere" è così fondamentale e contiene il minimo grado di specificazione, deve esserci solo un soggetto o agente che "è". L'Essere è quindi unico. Mentre "esistono" molte cose, solo "un" Essere "è".

Un altro modo per capire l'unicità dell'Essere è considerare un corollario del principio dell'"identità degli indiscernibili" di Leibniz. Questo principio afferma che due cose aventi esattamente le stesse proprietà sotto tutti i riguardi non possono essere distinti in alcun modo e sono di fatto la stessa cosa. Il corollario è: se due distinti Esseri hanno esattamente la stessa e unica proprietà di essere, allora essi non sono distinti e sono di fatto il singolo e unico Essere. Riguardo alle profonde relazioni fra "essere" ed "unità" lo stesso Leibniz giustamente notava: "ciò che non è veramente un essere, non è veramente un essere". Così, qualsiasi sia il punto di vista, sempre arriviamo al fondamentale assunto metafisico: Dio è la suprema Unità, il grande Uno. Indipendentemente da quanti nomi diversi siano stati attributi a Dio dai vari popoli, non ci possono essere due veri Dio differenti.

Per le succitate ragioni, la famosa questione - "Dio esiste?" - è espressa impropriamente e complica il problema. Dio non esiste, Dio è. Dio è il "Io sono Colui che è" di Esodo 3.14, nel senso di "l'Essere è l'Essere". L'uso del verbo inappropriato "esistere" in riferimento a Dio implica una concezione naturalistica erronea di Esso, sia che siamo consci della cosa sia che non lo siamo. Se la natura è tutto ciò che esiste, e Dio è oltre la natura dovendone essere il suo principio, allora Dio non esiste nel senso in cui la natura esiste. Il naturalismo è un errore contro l'ontologia. Applicare equivocamente i termini "esistere" ed "esistenza" a Dio, invece dei termini corretti "essere" ed "Essere", è un chiaro segno di naturalismo implicito. Sfortunatamente questo errore è commesso persino da molti avversari del naturalismo.

Un'altra differenza tra l'Essere e l'esistenza è che il primo è fisso mentre la seconda è mutevole. Mentre ciò che esiste è suscettibile di entrare ed uscire dall'esistenza, e di fatto cambia continuamente nel mezzo di questi estremi, ciò che è non può iniziare ad essere e poi smettere di essere. In altre parole, la manifestazione è il regno del divenire e della variazione, mentre l'Essere è l'immutabile e costante supporto su cui la manifestazione appare.

Mentre il principio di una cosa non è contenuto nella cosa, la cosa stessa è nel suo principio. Gli effetti sono virtualmente nella loro causa. Dio non esiste dentro l'universo; è invece l'universo che esiste in Dio. In altre parole, l'universo è immanente, mentre, da questo punto di vista, Dio è trascendente. Questa relazione asimmetrica è necessariamente la negazione di tutte le concezioni panteistiche di Dio, che in quanto tali sono eterodosse.

Deve essere sottolineato che qui la relazione di interiorità/esteriorità non è una relazione spaziale, perché lo spazio esiste solo nel cosmo, e non può essere applicato propriamente a Dio. Non avrebbe senso parlare di Dio come dentro o fuori dello spazio, o come qualcosa di comunque limitato dallo spazio. La relazione spaziale fra contenente e contenuto è usata qui solo simbolicamente, per rappresentare in qualche modo l'inclusione causale.

A questo punto sorge un altro possibile equivoco: alcuni potrebbero considerare l'Essere solo come una mera astrazione o come un semplice concetto logico inventati a posteriori dai pensatori. Ma questo vorrebbe dire non comprendere nel suo vero senso l'unità e la semplicità dell'Essere. E` un errore tipico, che purtroppo conduce ad una totale misconoscenza della metafisica. In realtà, l'Essere, come principio metafisico, è tutto eccetto che un'astrazione, e la sua "semplicità" significa solo che esso non ha parti. In tutt'altro senso si deve dire invece che l'Essere è immensamente e inimmaginalmente complesso perché esso deve contenere le essenze e le qualità di tutti gli esseri e di tutte le cose dell'universo. La sua manifestazione è il "rilascio" o "svelamento" (in termini Aristotelici, il passaggio "dalla potenza all'atto") di tutto quello che esso contiene potenzialmente in se stesso.

Qualcuno potrebbe chiedersi come l'esistenza di una cosa possa costituire evidenza dell'Essere. In generale, ogni cosa esistente senza eccezione evidenzia e manifesta l'Essere che è. Ogni cosa esistente è capace di tale esistenza solo perché il suo principio ontologico è. Assolutamente niente potrebbe esistere senza tale preliminare condizione ontologica. Chiunque nega questo principio ontologico taglia il ramo dell'albero su cui è seduto, e in definitiva nega se ipsum, e la sua intera realtà. Alcuni teisti offrono il Big Bang come evidenza di Dio. Ma in verità, ciò che è stato detto prima implica che ogni cosa nell'universo
- anche la più infima - costituisce evidenza di Dio. Quando si dibatte con degli atei, citare solo il Big Bang come unica evidenza di Dio è stare sulla difensiva ed assumere una posizione debole. Da questo punto di vista il Tomismo ha perfettamente ragione quando afferma che tutte le cose manifestate hanno uno scopo, un significato, e riflettono la gloria di Dio. Inoltre, un detto tradizionale dice che "in ogni cosa c'è un segno che Dio è Uno", sottolineando il fatto che ogni cosa nel cosmo simbolizza e rivela in qualche modo la sua Unità. Il cosmo è un gigantesco insieme di simboli della Realtà trascendente che sta dietro ad esso.

Siccome l'universo è un disegno intelligente (e la teoria che studia i disegni intelligenti fornisce metodi scientifici per dedurre che lo è), segue che la sua causa - che, come detto sopra, è l'Essere - può essere simbolicamente pensato come il grande Progettista. Ogni cosa che può dirsi dell'"interiorità" analogica dell'universo nella sua prima Causa in nessun modo contraddice, anzi conferma, il simbolo del grande Progettista. Infatti ogni progettista deve preventivamente concepire il suo disegno dentro se stesso. Nel caso dei progettisti umani, i loro progetti vengono usualmente costruiti fisicamente all'esterno; ma in ogni caso questo non costituisce una caratteristica essenziale della progettazione. L'aspetto fondamentale è sempre la concezione del progetto, che precede qualsiasi fabbricazione materiale. La mente sovrasta la materia.

Questo breve excursus ci permette già di capire nello specifico perché l'equivoco circa un Progettista dell'universo diverso da Dio sia del tutto illogico. Ma facciamo una controprova: supponiamo per absurdum che il progettista dell'universo non sia l'Essere. Poniamoci la domanda: è questo progettista immanente o trascendente? Se è immanente, siccome immanenza significa esistenza nel cosmo, avremmo un progettista che è parte del progetto che egli progetta, e che quindi progetta se stesso. La parte progetterebbe il totale nel quale è inclusa. Questo è un errore logico che il Tomismo chiama "
nihil agit se ipsum", cioè niente agisce su se stesso. Siccome nel supporre il progettista immanente otteniamo un assurdo logico, seguirebbe che il progettista deve essere trascendente. Trascendenza significa non-esistenza nel cosmo. Però, questo progettista, per essere in grado di progettare, deve avere la proprietà di essere (perché ovviamente ciò che non esiste e neppure è non può fare nulla). Ma come abbiamo visto sopra, ciò che ha la proprietà di essere non ha altre proprietà ed è l'Essere supremo. Quindi il progettista, avendo esattamente la stessa e unica proprietà dell'Essere è identico ad Esso (come conseguenza del principio dell'"identità degli indiscernibili"). Siamo quindi arrivati a concludere logicamente che il Progettista dell'universo è l'Essere (Dio).

Ci sono due dirette conseguenze di quanto detto. Primo, ogni tentativo di rendere in qualche modo compatibile con l'ateismo il "disegno intelligente" circa l'universo è incoerente. Secondo, l'inferenza cosmologica di disegno è compatibile con ogni dottrina teista tradizionale ortodossa (Tomismo incluso).