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Cosmologia e evoluzionismo
Ubaldo Zalino (da Rivista di Studi Tradizionali n.35)  

 

   L'evoluzionismo è la teoria sulla quale si fondano più o meno dichiaratamente tutte le manifestazioni del pensiero moderno, biologia, antropologia, storia, sociologia, arte, storia delle religioni, ecc. Questo termine cominciò ad essere impiegato nel 1800 per indicare un supposto graduale perfezionamento e trasformazione delle specie da forme apparentemente basse e semplici ad altre ritenute più alte e complesse.

   Herbert Spencer denominò « evoluzionismo» il suo sistema filosofico, con il quale intendeva spiegare il formarsi del mondo fisico e l'apparizione delle specie viventi, compreso l'uomo. Uguale teoria fu sostenuta da Darwin, il quale, pur esponendo concezioni sostanzialmente materialistìche, usò un linguaggio rispettoso nei confronti della religione: in tal modo le sue idee poterono liberamente circolare ed insinuarsi anche negli stessi ambienti religiosi, in quelli protestanti anzitutto e, recentemente,  in  quelli cattolici.  D'altra parte,  la mentalità delle classi «colte» del '700, già profondamente marcata dal razionalismo, era pronta ad accogliere una teoria che giustificasse il materialismo di fatto verso il quale andava rapidamente avviandosi[1]. È sufficiente leggere la letteratura del Settecento europeo per rendersi conto quanto già allora ci si sentisse lontani dalla mentalità del Medioevo, del quale quasi più nessuno sapeva o comprendeva qualcosa. La natura, per gli « illuministi », era solo più una moltitudine di cose da analizzare, cui valeva la pena dedicare l'intera loro attenzione e attività. Soprattutto la borghesia, praticamente dimentica di ogni concezione della trascendenza che non fosse quella insita in una vaga religiosità, era ormai tutta protesa alla scoperta del mondo terreno ed allo sfruttamento delle sue ricchezze; il mondo e la vita stessa, per essa, non erano più un insieme di simboli o segni sui quali meditare, ma un complesso di cose sgradevoli o sgradevoli, utili o inutili.

    Questo fu l'ambiente psichico in cui poterono manifestarsi e rapidamente propagarsi le concezioni evoluzionistiche, ma non è in esso che si devono ricercare le cause che da  tempo ne avevano preparato l'insorgere. Tali concezioni non erano in fondo che una spiegazione del sorgere e del perché della vita in conformità a quell'immagine del mondo alla quale aveva condotto il metodo empirico della scienza, sorto parallelamente alla filosofia cartesiana; quest'ultima, infatti, aveva scisso la realtà nelle due sfere della materia e dello spirito (uno spirito ridotto al mero pensiero), separando l'uomo dal resto del cosmo.

   Ben diversa ed assai più completa è invece l'immagine del mondo offerta dalle dottrine cosmologiche dei popoli tradizionali. Secondo queste dottrine, il cosmo consta di numerosi piani di esistenza, corrispondenti alle sfere corporea, psichica e spirituale, per nulla separate, anzi, integrantisi l'una nell'altra. Questa cosmologia, nella quale l'applicazione macrocosmica non è mai disgiunta da quella microcosmica, non è che un riflesso della conoscenza metafisica e comporta normalmente un insieme di enunciazioni dottrinali e di raffigurazioni simboliche atte a far intrawedere l'unità che si riflette nel compenetrarsi dei diversi gradi dell'esistenza: «... Le cose tutte quante / Hann'ordine tra loro: e questo è forma / Che l'universo a Dio fa simigliante » (Paradiso, I, 103-105). Dove « le cose tutte quante » non sono solo quelle corporee; e « forma », nel senso aristotelico con cui l'impiega Dante, sta ad indicare l'unità qualitativa inerente ad ogni essere, ed anche «legge interiore», « ordine », che è in greco il significato della parola cosmos. Quindi l'universo, cioè la totalità della creazione, è somigliante a Dio solo grazie alla sua « forma », e solo cogliendo la forma, cioè la qualità, si è partecipi di questa somiglianza.

    Per contro, la scienza moderna, limitando il suo campo a ciò che è quantitativamente rilevante, non solo ha impedito all'uomo l'intuizione di questa « forma », ma l'ha fatto giungere al punto di considerare come « reale » unicamente ciò che è misurabile o ciò che rientra nel ristretto campo d'uno psichismo vago e tenebroso. Questo modo alterato di cogliere la realtà ha agito sulla struttura stessa dell'osservatore: nella visione scientifica moderna, l'uomo, colpito da una progressiva miopia intellettuale e da una sorta di disgregazione psichica, tende a diventare solo più una macchina pensante e reagente secondo termini quantitativi o stimoli sensuali, pago di una concezione meccanicistica ed edonistica del mondo, nei confronti del quale non nutre minimamente il sospetto che vi sia qualche cosa d'altro oltre l'apparente e il misurabile. Così, progredendo in questa direzione, la scienza moderna non solo farà si che l'occhio dell'uomo si posi su cose sempre più meccaniche, artificiali e uniformi, ma produrrà un tipo di uomo innaturale, incapace di percepire nella loro integralità le immagini di quel che soprawiverà della natura, quelle immagini che, non ancora private delle loro componenti qualitative, costituivano il vero valore del mondo visibile.

   Il metodo scientifico, di cui abbiamo qui cercato di chiarire l'effettiva natura, non solo ha condotto alla formulazione delle teorie evoluzionistiche, esso è anche stato lo strumento impiegato nella loro elaborazione: basterebbe già questa constatazione per sapere in qual conto tenere dette teorie. Sennonché, i naturalisti e i paleontologi non si sono valsi soltanto del metodo scientifico, ma hanno utilizzato e fatto leva su tutto un insieme di preoccupazioni e preconcetti di ordine sentimentale. Non bisogna infatti dimenticare che la tesi evoluzionistica sorse anche al fine di fornire un contenuto morale al materialismo: questa sua componente moralistica e sentimentale traspare in molte sue enunciazioni, del resto fra le più grossolane ed illogiche che l'uomo abbia mai concepito. Alcune di esse figurano tra i caposaldi della cultura e costituiscono ancora una delle più potenti suggestioni della nostra epoca. Può essere dunque interessante rilevarne le assurdità e riesaminarne alcune alla luce dei principi della cosmologia tradizionale, o anche, in certi casi, servendosi semplicemente della logica più elementare.

   Esaminiamo anzitutto alcuni punti della teoria dell'evoluzione delle specie cosi come si ama ripeterla nelle scuole e nelle università. Tale teoria afferma che la vita si formò negli unicellulari apparsi sulla terra[2] per la combinazione casuale di elementi chimici in condizioni particolari di temperatura e pressione. Questi divennero degli aggregati di cellule, di cui alcune, differenziandosi, contribuirono a formare gli organi del primo animale, il quale viveva nel mare. Con il movimento, questo si trasformò in un pesce, che passando nelle paludi divenne un anfibio; quest'ultimo, arrampicandosi sulle rocce, si trasformò in rettile, i cui discendenti si divisero in due schiere: quelli che preferivano correre nei campi divennero mammiferi; altri, a forza di dondolarsi sugli alberi finirono con il trasformarsi in uccelli. Ma anche alcuni mammiferi amavano arrampicarsi sugli alberi e dedicarsi alla ginnastica: fu cosi che le loro zampe si trasformarono in mani; inoltre, fatto importantissimo, dovendo tener sovente il capo elevato, subirono un considerevole sviluppo della loro capacità cefalica: fu questa la fortuna delle scimmie. Si può tuttavia facilmente rilevare che il gibbone, nonostante la sua elegante andatura di bipede e la sua testa ben eretta, è da millenni un gibbone dalla regolamentare capacità cranica da gibbone, e non si è mai trovato nessun suo « mutante» il cui encefalo sia aumentato a forza di spiccare salti in alto. Vi risparmiamo il resto della storia: avrete già immaginato che si era solo più a un «mutante» dall'uomo...

    Questa teoria, accettata tranquillamente da milioni di persone, si fonda su alcune premesse date per certe, mentre, come vedremo, non lo sono affatto.

   Esse sono: la possibilità di variazione delle singole specie, l'esistenza di « mutanti », la selezione naturale, la sopravvivenza del più adatto, per non parlare delle prove fornite dai cosiddetti « scheletri di uomini primitivi », i quali non sono « scheletri », ma frammenti di ossa più qualche dente.

   Ben pochi sanno che il Pithecanthropus erectus fu ricostruito partendo da una semplice calotta cranica, il Sinanthropus Pekinensis, da un frammento di calotta, due di mandibola e alcuni denti; e l'Uomo di Pildtown da un frammento di parietale, una mascella inferiore e tre denti. Quest'ultimo, poi, costituisce un caso particolare, molto istruttivo quanto alla serietà « scientifica » di un noto paleontologo e teologo, il P. Teiihard de Chardin. Infatti, i frammenti dell'Uomo di Pildtown, nel 1953, cioè quarant'anni dopo la loro scoperta, furono sottoposti al dosaggio al fluoro: si scopri che la mandibola e tre denti, erano stati truccati e limati e che ... appartenevano ad una scimmia, per di più nemmeno preistorica. Risultò pure che un canino, trovato appunto dal nostro fantasioso teologo ed esperto in trucchi, presentava strisce parallele, come le avrebbe potute produrre un abrasivo. Questo grossolano falso, al quale non a caso contribuì il de Chardin, godette quarant'anni d'impunità, mentre i ritrovamenti di Glozel - centinaia di tavolette di terracotta con iscrizioni in caratteri alfabetici risalenti a 17.000 anni fa - poiché andavano contro la teoria evoluzionistica, vennero subito ritenuti senz'altro falsi.

   Quanto all'esistenza dei « mutanti », che sarebbero quei privilegiati individui di una specie che ad un certo punto mutano per portare avanti la fiaccola dell'evoluzione, è sufficiente rilevare che quel che ottengono i biologi con i loro esperimenti sono sempre delle variazioni all'interno di una stessa specie. Ad esempio, sottoponendo a radiazioni dei moscerini dell'aceto si può provocare un'atrofia parziale o totale delle ali, ma si avranno sempre dei moscerini, dei moscerini degenerati, e non degli stadi che testimoniano un'evoluzione progressiva. Ma la prova decisiva dell'impossibilità di variazioni essenziali delle specie, è data dal fatto che non esistono, ne esistettero dei mutanti. Possiamo osservare, attualmente, sulla Terra, una trentina di gruppi animali che vanno dai protozoi agli antropoidi; essi sono tutti gruppi chiusi[3].

   Quando alcuni sostenitori della teoria dell'evoluzione delle specie si sono accorti di non esser mai riusciti a fornire una seria prova al riguardo di «mutanti» in forme intermedie, hanno inventato una singolare tesi per spiegare l'assenza di reperti di tali forme. Essi sostengono che tutte queste forme sarebbero scomparse in ragione della loro incompletezza e vulnerabilità, ma con ciò essi contraddicono chiaramente alla legge della selezione naturale che sta a fondamento di tutta la presunta evoluzione delle specie: i « progetti » di una nuova specie - nei quali si opererebbe la selezione - dovrebbero essere anzi assai più numerosi degli appartenenti alla specie che abbia già raggiunto la forma definitiva a noi nota.

   Un'altra argomentazione degli evoluzionisti è che l'essere vivente attraversa nel corso della sua vita embrionale i vari stadi evolutivi attraverso la quale è passata la sua specie a partire dall'unicellulare:  la vita embrionale sarebbe una specie di ricapitolazione del passato. Si è dimostrato invece che essa è piuttosto una preparazione dell'avvenire. Il canino superiore del gatto tocca con la punta una piccola incavatura pigmentata del suo labbro inferiore: si potrebbe credere che essa sia provocata dal canino che crescendo preme sul tessuto del labbro, invece questa incavatura pigmentata è già perfettamente disegnata negli embrioni di gatto quando il canino non è ancora spuntato. Pure preformata nell'embrione, è la callosità dello sterno del cammello. L'embrogenia è quindi formazione di un essere vivente e non un misterioso archivio. Essa ci dice solo che nel corso della sua formazione l'animale viene preparato perfettamente a un certo ambiente ed a un certo modo di vita, o meglio, a ciò che dovrà essere.

    Tutti gli esseri viventi nascono perfetti, ciè conformi al loro archetipo. La chela del gambero, l'occhio sfaccettato della mosca, l'apparato di volo del maggiolino, sono realizzazioni perfette che non hanno bisogno di nessun perfezionamento e delle quali non si può tracciare un'evoluzione.

   Quanto alla tesi darwiniana della « selezione naturale» e della sopravvivenza del più adatto[4], essa non solo non spiega la presenza delle inutili zanne dell'elefante o la vulnerabilità della massa della balena, ma crolla irrimediabilmente se si pensa che i pretesi ingegnosi travestimenti di certi pesci o molluschi, che per molto tempo sono stati presi come segni di un notevole adattamento e di una più elevata probabilità di sopravvivenza, sono travestimenti che possono ingannare solamente animali che caccino servendosi prevalentemente della vista, cioè unicamente gli uccelli e le scimmie, mentre nel mare non esistono predatori che utilizzino la vista: i pesci sono attirati solo dal movimento e non dall'aspetto. La vera difesa, in questo caso, è la perfetta immobilità, ma non si direbbe che sia molto utilizzata. Quindi, in fondo al mare, quei riflessi color d'alghe verdi, quelle striature color alga bruna, quelle pelli granulose come la sabbia, non servono a niente, o meglio a niente che si possa spiegare in termini di sopravvivenza e di evoluzione.

* * *

   Quel che è più grave è che la teoria dell'evoluzionismo, negli ultimi anni, è stata adottata con cieco entusiasmo da un nutrito numero di sprovveduti cattolici, laici e sacerdoti, che, sempre più succubi della mentalità profana, accettano tranquillamente l'idea che, ad esempio, l'anima del primo uomo sia stata infusa in un « essere vivente preesistente » (un antropoide) nel corso dell'evoluzione biologica: ciò in netto contrasto con il contenuto dell'Enciclica "Humani generis" che il Pontefice Pio XII promulgò nel 1950 per mettere in guardia contro « certe false opinioni che minacciano di far crollare i fondamenti della dottrina cattolica »[5]. E dire che per evitare tale errore sarebbe bastata un'attenta lettura della Sacra Scrittura riguardante la creazione, o meglio, la « formazione » dell'uomo. Nella Genesi (II, 7), leggiamo: « Allora Dio formò l'uomo, dalla polvere della terra e gli insufflò nelle narici un soffio di vita, e l'uomo divenne un essere vivente». Abbiamo cioè una « formazione » a partire da una « sostanza », la polvere (vedremo in seguito cosa, in effetti, possa significare la parola adamah, tradotta correntemente con «polvere»), la quale, comunque la si voglia intendere, non indica affatto un « essere vivente preesistente ». Evidentemente i suddetti cattolici non hanno più un'idea di che cosa siano in realtà i testi sacri, e, in pratica, li considerano un insieme di esposizioni o descrizioni, se non assurde, perlomeno ingenue o « di altri tempi », adatte alla mentalità «non ancora evoluta » dei primi uomini[6]. Queste descrizioni, non solo non hanno mai fatto sorridere chi possiede una sia pur minima concezione del sacro, ma si rivelano l'unica e perenne fonte di ispirazione sia a chi le riconosca come fondamento della sua fede, sia a chi sappia vedervi segni o simboli[7], alimento di una vita spirituale e di una conoscenza di ordine più profondo; ed è partendo da esse che, ponendoci dal punto di vista della tradizione ebraico-cristiana, è lecito cercare di dare una risposta al problema dell'origine del mondo e dell'uomo. Una cosa appare tuttavia subito chiara: esse non appaiono affatto delle coerenti descrizioni di fenomeni fisici. La luce vi è menzionata prima della creazione del sole, della luna e delle stelle; si parla di prati verdeggianti e di alberi da frutta già prima della creazione del sole; Adamo viene creato dalla polvere, e, da una sua costola, Eva. Per cui può sorgere il dubbio che non debba trattarsi della descrizione della formazione del mondo fisico e dell'uomo corporeo. Abbiamo si dei simboli tratti dal mondo fisico a noi noto, i quali, appunto perché simboli, non possono venir impiegati che per far comprendere realtà appartenenti ad altri gradi dell'esistenza universale, o a essi direttamente connesse.

   Che i primi capitoli della Genesi fossero da intendere simbolicamente era normale sia per gli Ebrei che per i Cristiani che avevano approfondito le loro dottrine. G. Scholem, parlando della dottrina dello Zohar scrive: « L'uomo era originariamente un essere puramente spirituale. La forma sottile che lo circoscriveva e che più tardi si trasformò negli organi corporei, differiva completamente, quanto alla sua natura, dal suo corpo attuale». Ezra, nel Sod Ets Ha-Daath, dice: « Adamo prima d'aver mangiato dei frutti dell'albero della scienza, era un puro spirito e indossava vestiti angelici come Enoch e Elia. Per questo motivo potè mangiare i frutti del Paradiso, i quali sono i frutti dell'anima»[8]. Quanto al versetto della Genesi, II, 7 innanzi citato, vediamo quale interpretazione i cabalisti danno dei suoi termini chiave, che sono rispettivamente  adamah (polvere), nishemath (soffio di vita) e nefesh haiah (essere vivente). Nelle Tikkunim, commentando la Genesi, Rabbi Simeon Ben Yochay dice: « Per Adamah, bisogna intendere Binah, l'Intelligenza »; e nella Kabbala Denudata di Knorr è detto che Binah e chiamata Luce e che, illuminando le cinque Sefiroth, essa è anche il fondamento della Luce[9]. Nishemath è una forma di neshmah, la quale, scrive M. G. Scholem, « è la potenza intuitiva più profonda che conduce ai misteri di Dio e dell'universo »[10]Nefesh haiah, è l'anima vivente. Secondo l'Adumbratio Kabbalae Christianae, nefesh « è la vitalità legata al vegetativo, è la vita nell'Adamo primitivo ».

   Riprendendo il versetto avremo la seguente lettura: «Dio formò Adamo da una particella di Adamah (Binah, Intelligenza, Luce) e gli insufflò nelle narici una neshamah (potenza intuitiva) e Adamo divenne una nefesh haiah (un'anima vivente) ». È evidente che non è qui questione del « corpo » di Adamo, ma della sua «forma»: «Il corpo non apparirà che con i "vestiti di pelle " di Adamo e Eva, dopo la scacciata dal Paradiso Terrestre, anche se, necessariamente, la possibilità corporea fu virtualmente inclusa in Adamo »[11].

   È interessante notare che queste interpretazioni esoteriche dovevano essere abbastanza diffuse nel Medioevo dal momento che erano note anche in ambienti esteriori. Nella Queste du Saint Graal, di Gautier Map, arcidiacono di Oxford nel 1220, a proposito del peccato di Adamo e Eva, è detto: « Allorché ebbero gustato di questo frutto, che bisogna chiamare mortale poiché fece conoscere la morte al genere umano, la loro natura cambiò; si accorsero d'avere un corpo e di esser nudi, essi che prima erano delle sostanze spirituali»[12].

   L'interpretazione esoterica della Genesi che abbiamo qui proposto e da cui abbiamo tentato di trarre qualche conclusione, sta a dimostrare il suo perfetto accordo con le dottrine orientali riguardanti la formazione del mondo e la sua manifestazione attraverso un processo «discendente»[13] e materializzante, che ha inizio da principi archetipici e che attraverso una formazione nel piano sottile si conclude nel mondo corporeo. Questo processo discendente è in fondo uno « sviluppo di possibilità », il quale, a ben riflettere, è il significato stesso del termine « evoluzione » impiegato dai moderni senza più comprenderne il senso. La parola «evoluzione » deriva dal verbo latino volvere = srotolare, svolgere, significato che ritroviamo anche in volumen, che indicava un manoscritto arrotolato che veniva dispiegato con un movimento verso il basso; intesa secondo il suo significato etimologico, essa suggerisce quindi non l'idea di un processo evolutivo da un « meno » verso un «più», ma l'immagine del dispiegarsi delle possibilità d'esistenza, le quali sono già tutte contenute, senza procedere l'una dall'altra, nella totalità dell'Essere, cosi come le lettere sono tutte contenute nel volumen del Liber Vitae, il cui srotolarsi da luogo alla formazione e alla manifestazione in tutti i piani dell'esistenza[14].


 

[1]   Certe idee « nuove » erano d'altronde già così diffuse e così ben insediate nclla mentalità dell'epoca che ci fu chi, come G.B. Vico, pur reagendo contro gli eccessi dell'illuminismo, si trovò ad esprimersi con lo stesso linguaggio e a manifestare in fondo le stesse idee. Il Vico, con la sua teoria dei « corsi e ricorsi storici »  dimostro sì d'avere un vago ricordo della concezione ciclica della storia ma questa ciclicità è in effetti, per lui, solo una componente del movimento tendenziale ascendente dell'evoluzione: questa ebbe inizio in creature che nella "Scienza nuova" son dette « Tutte immerse ne' sensi,  tutte rintuzzate dalle passioni,  tutte seppellite ne' corpi »; « ... da si fatti primi uomini, stupidi, insensati e orribili bestioni » - aggiunge il Vico - si originarono a grado a grado le diverse « attività » che condussero alla « civiltà ».

[2] A sua volta, la terra proveniva da una nebulosa primordiale che ad un certo punto esplose per dar luogo al firmamento. Vale la pena di far notare che detta ipotetica nebulosa non può essere logicamente considerata un principio o causa prima, perché per il fatto di essere qualche cosa di detcrminato implica la preesistenza di una attività formatrice e di una sostanza indifferenziata procedenti da un Principio non-manifestato e indeterminato.

[3] Douglas Dewar, nel libro "The Transformistic Illusion" ha osservato che la teoria sulla graduale evoluzione delle specie si fonda su una confusione fra specie e subspecie: ciò  che in realtà non rappresenta che una possibile variante all'interno di un tipo specifico dato viene erroneamente interpretato come il principio di una specie nuova.

[4] Come ha giustamente rilevato Jean Servier in "L'uomo e l'invisibile (Borla Editore, Torino, 1967) dal quale abbiamo attinto anche le precedenti osservazioni.

[5] In essa si esige, fra l'altro, che « i futuri preti siano formati alle discipline filosofiche secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico ». La regola, per ogni cattolico, dovrebbe esser chiara: bisogna attenersi a quanto insegna S. Tommaso, il quale, sull'argomento in questione, afferma: « L'anima è la forma del corpo, conferisce all'uomo il suo essere assoluto e non può essere unita al corpo da disposizioni accidentali » (S. T., 76); « Vi sono alcuni autori che hanno pensato che il corpo dell'uomo sia stato formato anteriormente e che Dio l'abbia animato dopo averlo formato. Ma che Dio abbia fatto il corpo senza l'anima è contrario alla perfezione della produzione primitiva degli esseri... Ancor più grave sarebbe se si pensasse che il corpo sia stato formato prima dell'anima, perché è il corpo che dipende dall'anima e non viceversa » (S. T., 91, IV).

[6] Cosi sembra pensarla, purtroppo, il cardinale Jean Daniélou, che in un opuscolo dal titolo "Au commencement" (Editions du Seuil, Paris, 1963) sostiene che « gli autori dell'Antico Testamento condividevano la rappresentazione del mondo propria del loro tempo, la quale d'altronde subì un'evoluzione... »: evidentemente, egli ha ritenuto « cosa d'altri tempi » l'insegnamento dell'Enciclica "Divino afflante" (30.9.1943) in cui si afferma che la Chiesa considera sacre le Sante Scritture « nella loro interezza, nessuna parte esclusa... perchè scritte per ispirazione dello Spirito Santo, esse hanno Dio per autore », e si diffidano coloro che hanno osato « restringere la verità della Sacra Scrittura a solo ciò che riguarda la fede e la morale, ritenendo il resto, appartenente al dominio della fisica e della storia, come cose marginali ed aventi nessuna connessione con la fede».

[7]   S. Clemente di Alessandria, riferendosi ai primi versetti della Genesi, dice che i «Cieli» e le « acque » indicano pure essenze spirituali. Nel Corano, i Cieli, la terra, il sole, la luna, sono chiamati « segni » (âyât), e le vicende ivi narrate sono in fondo anche simboli atti a far intuire particolari stati spirituali:  « La menzione di Mosè è solo una maschera. È la Luce di Mosè che ti concerne, o uomo che cerchi la conoscenza. Mosè e Faraone sono nel tuo proprio essere: è in te che devi scoprire questi due awersari » (Gialâlu-d-dìn Rûmî,  Mathnawî, III, 1251). Circa la natura e la funzione dei simboli, vedere R. Guénon, Aperçus sur l'initiation, cap. XVII (cfr. S. Grasso, Significato e portata del simbolo alla luce dell'opera di René  Guénon, nel N. 6 di questa rivista). È essenziale avere ben chiaro che un simbolo appartiene sempre a un grado di realtà più grossolano di quello della cosa simbolizzata e non viceversa, come la pensano invece gli storici delle religioni e i nostri contemporanei un po' tutti, i quali s'immagmano, ad esempio, che nell'antichità si adorasse il sole, simbolizzato secondo loro da Helios, mentre, conformemente alla testimonianza degli antichi (cfr. Giuliano, Inno a Helios Re), era Helios, quale principio spirituale vivificatore, ad essere simboleggiato dal disco solare. Non hanno mai pensato costoro che non ha senso servirsi di un simbolo per indicare un fenomeno fisico o un oggetto fisico, dal momento che essi sono direttamente e inequivocabilmente percepibili da ogni uomo dotato di sensi?

[8] Les grands courants de la mystique juive, pp. 247 e 408.

[9] Questa corrispondenza non esclude tuttavia quella tra adamah e il  sangue (dam),  a sua volta  connesso all'elemento igneo  rilevata da René Guénon nell'articolo "Alcune riflessioni sul nome Adam"; la prima si riferisce ad adamah considerato nel piano delle forme archetipe, mentre la seconda, appunto perché presuppone già avvenuta la manifestazione del sangue, si riferisce a adamah a un livello inferiore, quale componente corporeo di Adamo dopo la caduta. Le due corrispondenze possono cosi spiegarsi: essendo l'elemento igneo caratterizzato dalla luce e dal calore, quest'ultimo, connesso al sangue, è più propriamente un attributo del corpo, cosi come la luce lo è delle forme spirituali.  Adamah è cioè un simbolo con corrispondenze diverse a seconda dei piani in cui lo si applica; e vi in ciò una possibile analogia con l'evidenziarsi della componente calore nella natura ignea degli Angeli decaduti, a cui accenna René Guénon nel suddetto articolo. Anche per gli Antichi, l'elemento igneo era lo stato pre-fisico in cui avvenne la formazione del mondo e dell'uomo: « Principio caelum ac terram... spiritus intus alit... totamque infusa per artus mens agitat molem. Inde hominum pecudumque genus vitaeque volantum ... Igeus est ollis vigor et caelestis origo seminibus » («  Dapprima uno spirito vivifica dall'interno cielo e terra ... un intelletto diffuso per le membra [del mondo] ne muove l'intera mole. Nascono da esso la specie umana e quelle degli animali ... In tali semi di vita c'è un'energia ignea, una celeste origine »), Virgilio, Eneide, Libro VI.

[10] Les grands courants de la mystique juive, pp. 257.

[11] Conclusione alla quale è giunto Jean Reyor in un suo articolo dal titolo Alors Dieu forma l'homme, pubblicato nel numero di gennaio-marzo 1963 di Le Symbolisme, di cui abbiamo qui utilizzato parte della documentazione. L'autore, in questo studio, serio ed approfondito, fa alcune interessanti considerazioni suggeritegli da una comparazione tra le componenti sottili e spirituali dell'uomo secondo la Cabala e gli « avvolgimenti del Sé» (kosha) di cui parla René Guénon ne "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedânta".

[12] Citato da Albert Paupilet in La Queste du Saint-Graal (Parigi, 1949, p. 80), comprendente traduzioni di manoscritti del XIII secolo.

[13] Nel Corano (II, 36), ad Adamo ed Eva è detto: « Scendete (ihbitû) dal giardino! », espressione che implica chiaramente l'idea di un movimento verso il basso e che può interpretarsi nel senso di una discesa da uno stato superiore allo stato propriamente terrestre. Ciò è d'altronde conforme al simbolismo della Divina Commedia, ove il Paradiso Terrestre è detto esser situato sul monte del Purgatorio, e quindi al di sopra della Terra.

[14]   E' ciò che al termine  del  suo viaggio  iniziatico,  Dante vede nel profondo della divina essenza: « Nel suo profondo vidi che s'interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l'universo si squaderna» (Paradiso, XXXIII, 85-87).