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Manifestazione ed evoluzione - Manifestation and evolution
Redazione - Staff  

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L'evoluzione, intesa come cambiamento generale e unidirezionale verso la complessità e il progresso, è uno dei fondamentali paradigmi del pensiero moderno. Si possono trovare le sue innumerevoli applicazioni in quasi ogni campo filosofico, scientifico e sociologico. Non pretendiamo di trattare qui tutto il vasto spettro delle applicazioni del pensiero evoluzionista. Ci limiteremo a considerare l'applicazione biologica di quest'idea. Il nostro scopo è di mostrare in modo elementare che le maggiori pretese del pensiero evoluzionista in campo biologico sono infondate da un punto di vista teorico. Come si sa, da Darwin ai giorni nostri il paradigma evolutivo ha soppiantato la vecchia visione del mondo creazionista. L'ipotesi della macroevoluzione Darwiniana suppone una graduale e casuale trasformazione di tutte le specie a partire da un unico antenato comune. Secondo il Darwinismo "l'uomo stesso è il risultato di un processo naturale senza scopo che non aveva l'uomo come meta". Ciò che cercheremo di provare qui è che l'idea di Darwin, in qualunque delle sue versioni, è senza fondamento se esaminata dal punto di vista dei fondamentali principi cosmologici.
 
L'esistenza delle specie animali e vegetali sul pianeta Terra è una parte infinitesimale di uno scenario ben più vasto: la manifestazione o universo. Nondimeno la nascita della vita terrestre in tutta la sua ricchezza è un fenomeno così "miracoloso" che forse il problema della sua causa o origine è uno dei più interessanti che l'uomo possa affrontare. Per comprendere bene le basi di questo problema è necessario conoscere che cosa è la manifestazione. Per comprendere cosa è la manifestazione bisogna sapere qualcosa, almeno teoricamente, del suo principio. Così facendo seguiremo una linea di ragionamento deduttivo dall'alto in basso, dal principio alle sue conseguenze. Solo in questo modo saremo in grado di spiegare le (eventuali) relazioni tra manifestazione ed evoluzione.
 
Nel moderno concetto di evoluzione (e in tutte le sue applicazioni) è implicita, e più o meno dichiarata, una qualche sorta di transizione da uno stato inferiore o meno ricco ad uno stato superiore o più ricco. In nuce il moderno concetto di evoluzione implica sempre un passaggio o processo dal "meno" al "più", da una cosa più "bassa" a una più "alta". Tipicamente nel campo biologico lo stato meno ricco corrisponde ad un organismo più semplice, mentre lo stato più ricco corrisponde ad un organismo più complesso, cioè un organismo dotato di qualche novità morfologica o qualche nuovo apparato in più. Uno chiede: com'è nata la vita? L'evoluzionismo semplicemente risponde: "Si è evoluta". Se chiediamo come un certo essere vivente è sorto, la biologia evolutiva risponde: "Si è evoluto". Se ci chiediamo come una certa proprietà morfologica complessa è sorta la letteratura evolutiva sempre risponde: "Si è evoluta". In altre parole il termine "evoluzione" è diventato una sorta di factotum in grado di spiegare tutto. Alcuni mettono in dubbio che il cambiamento dal meno complesso al più complesso sia veramente una caratteristica essenziale della macroevoluzione Darwiniana. Ma sono gli evoluzionisti stessi a definire (e in questo caso addirittura a illustrare) i termini della questione. Infatti, per gli evoluzionisti il concetto di macroevoluzione delle specie è in relazione al cosiddetto albero filogenetico degli organismi. Questo cladogramma mostra alla sua radice le forme di vita meno complesse (bacteria, archaea ed eucarya), alla sua cima le forme più complesse (mammiferi, l'uomo) e nel mezzo specie a media complessità. Quindi la macroevoluzione implica un incremento di complessità per definizione. Se qualcuno sostiene invece che alle origini c'era tutta la complessità biologica che vediamo oggi allora la sua posizione non è propriamente evolutiva. Ovviamente anche in quest'ultimo caso rimane irrisolto il problema dell'origine di tutta questa complessità. Come ogni cosa al mondo essa deriva dal principio del mondo stesso. Quest'ultima affermazione necessità ulteriori spiegazioni.
 
Prima di prendere in considerazione il principio della manifestazione è necessario spiegare qualcosa della teoria della causalità. Una prima verità afferma che dal niente niente può derivare. Si tratta di un assioma evidente. Una cosa da cui un'altra cosa deriva e alla quale deve la sua esistenza è chiamata la sua causa. Il passo successivo è considerare un insieme di effetti e la causa da cui derivano. Se in tale insieme esiste un effetto al quale non corrisponde qualcosa nella causa, avremmo un effetto che deriva dal niente. Ciò è impossibile per l'assioma di prima. Come conseguenza si può dire che tutti gli effetti "stanno" nella causa da cui derivano e che non ci sono effetti senza causa. Non ci sono eccezioni a questo. La cosa interessante riguardo alla causalità è che se seguiamo passo dopo passo la sua idea chiave dal basso in alto siamo inevitabilmente condotti a considerare le cause superiori e a comprenderne la natura. Andando dal basso in alto nell'albero della causalità troviamo cause e cose sempre più qualitative, sempre più complesse, più essenziali, più ricche. Infine continuando in tale direzione necessariamente arriviamo ad una causa prima, che è la più complessa di tutte. Per quel che ci serve ciò basta riguardo alla causalità.
 
Se pensiamo all'esistenza universale come ad un enorme insieme di effetti allora essa deve avere una prima causa. Tale prima causa è chiamata Essere. L'Essere, o Unità metafisica, deve contenere virtualmente tutte le cose e gli esseri presenti nella manifestazione. Siccome vediamo attorno a noi nell'universo un gran numero di cose molto complesse la causa trascendente dell'universo deve essere essa stessa veramente complessa, perché deve contenere tutte le possibilità o essenze delle cose complesse esistenti:
 
«L'unità principiale, d'altro canto, pur nella sua assoluta indivisibilità, è tuttavia di una complessità estrema, se così si può dire, poiché contiene "eminentemente" tutto ciò che, discendendo ai gradi inferiori, costituisce l'essenza o il lato qualitativo degli esseri manifestati. [Quindi l'idea evoluzionaria di una "primitiva semplicità" è assurda in quanto...] perché mai le cose dovrebbero sempre cominciare con l'essere semplici, per complicarsi in seguito; al contrario, se si pensa che il germe di un essere qualsiasi deve necessariamente contenere la virtualità di tutto quel che tale essere diverrà in seguito, il che equivale a dire che tutte le possibilità che si svilupperanno nel corso della sua esistenza vi sono già incluse, si è indotti a pensare che l'origine di tutte le cose dev'essere in realtà estremamente complessa, ed è questa appunto la complessità qualitativa dell'essenza; il germe è piccolo solo sotto l'aspetto quantitativo o della sostanza, per cui trasponendo simbolicamente in ragione dell'analogia inversa l'idea di "grandezza", si può dire che il più piccolo in quantità deve essere il più grande in qualità»[1].
 
In altre parole, nella manifestazione non può esserci mai assolutamente niente di realmente "nuovo" rispetto a quanto l'Essere contiene sinteticamente fin dall'inizio. La minima cosa o possibilità deve avere il suo "germe" o la sua "radice" metafisica nell'Essere, radice che costituisce veramente il suo archetipo indistruttibile ed eterno.
 
Metafisicamente tutte le possibilità di manifestazione sono nell'Essere. Da questo punto di vista la manifestazione è rigorosamente teleologica. Nella Prima Causa non c'è alcuna evoluzione. Supporre qualsiasi forma di evoluzione nell'Unità metafisica significa non capire cosa sono veramente le possibilità metafisiche. Esse sono eterne, non soggette ad alcun mutamento e mantengono per sempre le loro caratteristiche e i loro attributi. Non c'è assolutamente variazione, alterazione o movimento nell'Unità metafisica. Solo da questo punto di vista metafisico si può comprendere Platone quando dice: "In un certo senso ogni cambiamento è una morte" [2] ed in qualche modo il mondo (e la sua evoluzione) è il regno della morte. Come giustamente ha affermato Aristotele, la Prima Causa, essendo il "Primo Motore" di tutte le cose, deve essere fisso sotto tutti gli aspetti, cioè deve essere un "motore immobile". Il fatto che il Primo Motore sia immobile non preclude affatto l'esistenza del cambiamento nella manifestazione. Addirittura la manifestazione è una continua serie di cambiamenti. Ma qualsiasi cambiamento nella manifestazione, deve essere sempre in relazione a certe possibilità fisse e invariabili nell'Essere. Gli esseri stessi cambiano continuamente. La costituzione delle specie stesse può cambiare in un senso limitato, secondo quanto è permesso a priori nell'Essere. E` questo il fenomeno della microevoluzione e della variabilità biologica. Comprende le sotto-specie, le varietà, gli ibridi, le razze e tutto ciò che è possibile ottenere dalla selezione artificiale (allevamento, ibridazione, innesto...) e dalla selezione naturale. Nessuno nega queste possibilità. Ma - in generale - assolutamente niente nella manifestazione può cambiare se questa alterazione stessa non è virtualmente inclusa in una possibilità fissa nell'Essere. Detto con la teoria dei sistemi: un sistema può sviluppare solo le possibilità che sono potenzialmente incluse nel suo progetto. Anche nella teoria dei sistemi si può parlare dell'evoluzione" del sistema, cioè di tutto quanto avviene e cambia nel sistema durante il funzionamento. Le leggi della termodinamica ci dicono che tale "evoluzione" tende sempre verso l'aumento dell'entropia e del disordine. Ciò concorda perfettamente con il vecchio e corretto significato di "evoluzione" che trattiamo qui.
 
La formazione del mondo o manifestazione si sviluppa per mezzo di un processo discendente che a partire da principi archetipici, e passando attraverso piani intermedi, arriva infine al mondo corporeo che sperimentiamo. Questo processo discendente è uno sviluppo di possibilità che sorge da un unico ed immenso principio trascendente. Questo sviluppo o discesa è il vero significato del termine "evoluzione", usato dai moderni senza ricordare il suo senso originale. Infatti il termine "evoluzione" deriva dall'antico verbo latino "volvere" = svolgere, sviluppare, srotolare, squadernare. Quindi se assumiamo il termine "evoluzione" nel suo senso etimologico, esso non suggerisce affatto l'idea moderna di un processo evoluzionario da un "meno" ad un "più", bensì lo scenario dello svolgimento delle possibilità di esistenza, che sono già contenute - senza procedere una dall'altra - nella totalità dell'Essere. In questo suo senso originario l'evoluzione" è semplicemente un processo o un insieme di cambiamenti da un "più" ad un "meno". Se ne conclude che il termine "evoluzione", nel suo senso etimologico, significa esattamente il contrario del suo uso moderno!
 
L'applicazione in campo biologico del suddetto concetto alla supposta macroevoluzione Darwiniana delle specie è diretta. La macroevoluzione Darwiniana asserisce che tutte le specie derivano una dall'altra a partire da un unico antenato comune. La macroevoluzione sarebbe un insieme di innumerevoli trasformazioni da specie meno complesse a specie più complesse. Una transizione da una specie meno complessa ad una specie più complessa comporta un incremento di informazione. Un incremento di informazione richiede intelligenza. Questo bisogno di intelligenza confuta la classica teoria neo-Darwiniana delle mutazioni casuali e della selezione naturale, perché ovviamente il caso la necessità - di per se stessi non intelligenti - sono incapaci di fornire informazione. Qual'è in ultima analisi la sorgente di ogni intelligenza? Naturalmente l'Essere, la Prima Causa.
 
A questo punto qualcuno potrebbe supporre che l'Essere stesso sia coinvolto in qualche modo nelle trasformazioni da specie più semplici a specie più complesse durante la storia della terra. Questa è la classica tesi dell'Evoluzione Teistica, cioè l'idea di un'evoluzione "guidata"; in altre parole Dio avrebbe "usato" l'evoluzione per creare gli esseri. Ma la causalità impone che per trasformare una cosa più semplice in una più complessa l'Essere deve avere già in se stesso l'essenza di quella cosa più complessa. Secondo la causalità la cosa più complessa deve essere presente virtualmente nell'Essere già dall'inizio come archetipo. In generale l'Essere effettivamente contiene prima ancora della "creazione" tutte le essenze delle cose manifestate nell'esistenza universale.
 
Ma se l'Essere contiene le essenze delle cose più complesse già dall'eternità perché non dovrebbe manifestarle direttamente, senza passare dalle cose meno complesse come suppone l'evoluzionismo? L'evoluzionismo non risponde a questa domanda. Non lo può fare per la semplice ragione che non c'è alcun motivo per l'Essere di non manifestare direttamente qualsiasi cosa o creatura voglia. Inoltre non ci sono motivi sensati per ritenere che l'Essere abbia problemi a manifestare una cosa piuttosto che un'altra. Detto in altro modo: per l'Essere manifestare una cosa inferiore o una superiore è la stessa cosa, nel senso che l'Essere non deve "sforzarsi" per farlo. Pensare che l'Essere ha bisogno di uno sforzo per manifestare qualcosa è antropomorfismo. L'Essere non soffre di limitazioni umane.
 
Possiamo vedere la cosa anche in un altro modo. Una trasformazione da una cosa A ad una cosa B è un processo in grado di trasformare A in B. Cosa dice la teoria della causalità a riguardo delle trasformazioni? Secondo le leggi summenzionate A deve avere la sua causa. La trasformazione stessa deve avere la sua controparte nella causa. La domanda è: B è contenuto nella sua causa o non lo è? In altre parole, se il processo di trasformazione esiste potenzialmente nella causa, è necessario che anche B stia nella causa? Una trasformazione è una relazione binaria che implica due enti (il "trasformando" e il "trasformato") e un collegamento tra di essi. Una trasformazione con un solo ente non può sussistere. Quindi anche B è contenuto nella sua causa, altrimenti la trasformazione non avrebbe i suoi soggetti e non sarebbe una relazione. Notare che questa constatazione è valida indipendentemente dal fatto che consideriamo la trasformazione teleologica o no. Metafisicamente tutto in un certo senso è "teleologico". Gli archetipi e le essenze eterne trascendono il tempo. Trascendendo il tempo, tutti i prodotti e i risultati finali di ogni trasformazione sono presenti già dall'inizio come lo sono le loro cause e i loro parametri.
 
La concezione tradizionale della manifestazione è ciclica. La manifestazione intesa come ciclo principale è suddivisa in sotto-cicli minori. Ogni ciclo è analogo al super-ciclo che lo contiene. Per illustrare il concetto di ciclo per mezzo di un esempio elementare, pensate al tempo. Il tempo è ciclico. L'anno è suddiviso in quattro stagioni. Ogni stagione è suddivisa in giorni. Ogni giorno è diviso in quattro parti principali e così via. Quando si considera un ciclo cosmologico fondamentale dal punto di vista della causalità troviamo che si sviluppa fra due poli chiamati "essenza" e "sostanza". Il sorgere e la fine di un'umanità terrestre è un ciclo cosmologico fondamentale in questo senso. Questo ciclo maggiore è diviso in quattro parti o ere. Per semplificare è sufficiente dire che in generale uno sviluppo cosmologico è "discendente":
 
«E` comunque opportuno vedere il movimento di discesa ciclica come effettuantesi fra questi due poli: a partire dall'unità, o piuttosto dal punto ad essa più vicino nel dominio della manifestazione relativamente allo stato di esistenza considerato, si va vieppiú verso la molteplicità [...] questa discesa si effettua dalla qualità pura alla quantità pura, entrambe rappresentando però dei limiti esteriori alla manifestazione, l'uno al di là e l'altro al di qua di questa, perché esse, in rapporto alle condizioni speciali del nostro mondo o del nostro stato di esistenza, sono un'espressione dei due principi universali da noi designati altrove rispettivamente come "essenza" e "sostanza", e cioè quei due poli fra i quali si produce ogni manifestazione»[3].
 
Queste parole di Proclo hanno più o meno lo stesso significato: "Ogni cosa che si corrompe, decade quando si allontana dalla sua causa" [4]. In un certo senso la manifestazione è un "allontanamento" e un "dispiegarsi" dall'Essere. In quanto tale la sua "evoluzione" temporale è una discesa dall'essenza alla sostanza. Quindi si può dire che l'evoluzione è semplicemente ciò che conduce tutte le cose della natura verso ciò che Aristotele chiama il regno "della generazione e corruzione". Tecnicamente questa discesa non è una "evoluzione" come gli evoluzionisti e i partigiani del progresso credono ma esattamente il suo opposto: una "involuzione".
 
Come è da intendere allora l'affermazione usuale che il cosmo deriva dal caos?
 
«Quando si dice che il mondo si è formato a partire dal "caos", lo si prende in esame unicamente dal punto di vista sostanziale; ed in tal caso bisogna considerare questo inizio come intemporale, perché evidentemente il tempo non esiste nel "caos", ma solo nel "cosmo". Quindi, se ci si vuol riferire all'ordine di sviluppo della manifestazione, che nel dominio dell'esistenza corporea ed in virtù delle condizioni che definiscono quest'ultima si traduce in un ordine di successione temporale, non è da questo lato che bisognerà partire, bensì dal lato del polo essenziale, da cui la manifestazione, conformemente alle leggi cicliche, si allontana costantemente per discendere verso il polo sostanziale. La "creazione", in quanto risoluzione del "caos", è in certo qual modo "istantanea" ed è propriamente il Fiat Lux biblico; ma quel che è veramente all'origine dello stesso "cosmo", è la Luce primordiale vera e propria, cioè lo "spirito puro" in cui si trovano le essenze di tutte le cose; ed effettivamente, a partire di lì, il mondo manifestato non può far altro che discendere vieppiú verso la "materialità"»[5].
 
La legge cosmologica della discesa si applica ad ogni ciclo di manifestazione. In particolare si applica al ciclo della presente umanità terrestre, umanità che dobbiamo considerare inglobante tutte le forme inferiori non-umane di vita presenti sulla terra, che possono essere considerate sub-specie rispetto a quella umana. Una trasformazione da una specie meno complessa ad una più complessa (come l'evoluzionismo ipotizza) sarebbe invece una transizione parziale o minore dalla sostanza all'essenza. Infatti più complessità significa più informazione e codesta sta dalla parte dell'essenza. Quindi in questa ipotetica trasformazione avremmo un'inversione della direzione rispetto alla discesa globale, che si sviluppa discendendo dall'essenza alla sostanza. Ciò è assurdo perché la legge cosmologica fondamentale della "discesa" si applica ad ogni livello di scala della manifestazione. Questa constatazione cosmologica confuta teoricamente la macroevoluzione Darwiniana e ogni specie di evoluzione teistica.
 
Perché dovrebbe l'Essere trasformare una specie meno complessa ad una più complessa durante la storia e ipso-facto violare la sua legge generale della "discesa" mentre - come abbiamo detto prima - egli può semplicemente manifestare le specie più complesse come esse sono fin dall'inizio senza violare la sua legge della "discesa"? Qui il principio di ragion sufficiente ci suggerisce che l'Essere, che è Verità, non può essere incoerente e non può andare contro le sue leggi stesse. Per queste ragioni qualsiasi evoluzione Darwiniana o teistica è in conflitto con la cosmologia tradizionale.
 
Per riassumere in poche parole, la vera ragione per cui la macroevoluzione è un'illusione da un punto di vista profondo è perché le forme viventi terrestri (e tutte le creature dell'intero universo) sono tutte presenti virtualmente nello stesso tempo nella loro causa non manifestata. Questa presenza metafisica simultanea garantisce che la loro manifestazione possa essere concomitante nel tempo, o detto in altro modo, sia invariante rispetto al tempo, possa ciò accadere in qualsiasi istante della storia della terra. Dopo tutto questo è solo un corollario di una verità metafisica più generale che dice: "tutti gli stati dell'essere, considerati nel loro principio, sono in perfetta simultaneità nell'eterno presente"[6].


[1] René Guénon "Le Règne de la quantité et les signes des Temps", cap. XI.

[2] Plato, Eutidemo, 283.

[3] René Guénon, "Le Règne de la quantité et les signes des Temps", Introduction.

[4] Proclo, Elementi di Teologia, XLVI.

[5] René Guénon "Le Règne de la quantité et les signes des Temps", cap. XI.

[6] René Guénon, "La Métaphysique orientale".